Le interviste di Talassa al FARM Festival 2019 - Julielle

Il FARM Festival è come un paese dei balocchi, ci si ricorda quando si accede alla masseria del 1700 – al limitare della Valle d’Itria – che ospita la rassegna ma non quando, più o meno volontariamente, si decide di lasciarla. Nella testa infatti si susseguiranno immagini di trulli, prati, menta fresca da odorare, suoni pieni ma distorti, che renderanno ardua l’impresa di tornare alla realtà.

Esso è diventato, un’edizione dopo l’altra, passerella di molti artisti italiani ed internazionali, all’apice o agli esordi. Ciò su cui scommette la line up di questa organizzazione è la sperimentazione a più livelli: musicale, identitaria, di pubblico. Il risultato è un miscuglio di prospettive tra chi è sul palco e chi ascolta.

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Le interviste che seguiranno ne sono un po’ la testimonianza: un susseguirsi di progetti nuovi e nuovissimi, che risentono inevitabilmente di tutta la musica europea degli anni Dieci.
Questa è la seconda parte.

Interviste a cura di Maurizio Anelli

Intervista a Julielle

Chi è Julielle, come artista?

Ho iniziato il percorso per sbaglio un anno fa. Compongo musica piano e voce da quando avevo 13-14 anni e sono sempre stata vicina a suoni europei, soprattutto all’elettronica: il trip-hop di Bristol, i Radiohead e Thom Yorke, James Blake.

Sentivo sempre la mancanza di qualcosa di elettronico nella mia musica, a partire dalla batteria: facevo ridere perché mentre suonavo il pianoforte improvvisavo la cassa della batteria con il pedale. È nato tutto per caso perché seguivo delle lezioni di pianoforte quando ero più piccola e mi avevano preso per una specie di bambina prodigio: dovevo suonare dalle 6 alle 8 ore al giorno per stare al passo con i concorsi. Mi facevo gli accordi da sola. Poi però è diventata un’imposizione, come se in una relazione ti dicessero quante volte devi baciare o fare l’amore a settimana, e ho mollato. Io, al contrario, suonavo per scaricarmi, perché sono una persona molto ansiosa; quando studi soltanto invece, non riesci ad esternare nulla. Questo mi ha fatto abbandonare il piano per 4-5 anni, poi ho ricominciato e da lì ho iniziato a fare cose mie.

Hai sempre cantato in inglese?

Sì, non ho mai provato a cantare in italiano, anzi forse solo una volta. In verità per me non è stata una scelta, non mi sono svegliata una mattina dicendo che avrei cantato in inglese, snobbando l’italiano. Si pensa che la lingua inglese contenga pochi vocaboli, non è così, è una lingua forbita verso cui è difficile scrivere.

D’altra parte l’italiano subentra quando scrivo versi, e le mie canzoni sono le traduzioni in inglese di questi versi.

Quindi c’è una forte influenza della poesia sulle tue canzoni.

Sì, senz’altro, ed è per questo che l’inglese fa la sua parte. Per esempio il singolo Toys in italiano risulterebbe molto pesante, un po’ alla Massimo Volume (ride, ndr.).

Quindi funziona cantare in inglese?

In Italia forse meno, perciò ci stiamo rivolgendo più verso l’estero. Paradossalmente gli italiani ascoltano un sacco di roba americana e inglese, quando però gli dai un artista italiano che sceglie di cantare in inglese, pensano che snobbi la tua lingua madre. Io, come dicevo prima, trovo proprio difficile cantare in italiano, sezionare le sillabe in quel modo.

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Come sono nate le collaborazioni con Godblesscomputers e Inude per i tuoi primi singoli?

Grazie ad internet! Godbless lo ascoltavo già da un po’ perché lui è nato con i beat hip hop. L’anno scorso ho messo un’IG Stories con un brano del suo album Solchi e lui mi ha risposto dicendomi che stavo diventando sempre più brava e che mi teneva d’occhio. Non avevo praticamente nulla online se non fosse per qualche video che avevo caricato su Facebook. Fu lui poi a propormi di collaborare, ci siamo trovati molto bene. È stata una cosa inaspettata e mi ha reso felicissima, soprattutto perché è successa con il mio primo singolo.

Invece con gli Inude è nata una collaborazione grazie alla mia etichetta, che mi ha spinto verso di loro, anche perché la loro elettronica è vicina al mio stile.

Come è successo che suonerai in Germania?

Ho vinto un bando di Italian Music Export e sono stata selezionata per la Puglia: suonerò al Reeperbahn Festival di Amburgo, a settembre. Per me è strano avere già tutte queste opportunità, perché sono uscita allo scoperto solo a marzo di quest’anno.

Hai in programma un ep o un disco nel prossimo futuro?

Entro il 15 ottobre uscirà qualcosa e probabilmente sarà un EP. Conterrà i due singoli già usciti e le canzoni che sono in produzione adesso. A settembre uscirà il mio terzo singolo, con video relativo a cui stiamo già lavorando, in collaborazione con il Besafe Studios, una realtà molto importante in Salento.