Le interviste di Talassa al FARM Festival 2019 - Calabi

Il FARM Festival è come un paese dei balocchi, ci si ricorda quando si accede alla masseria del 1700 – al limitare della Valle d’Itria – che ospita la rassegna ma non quando, più o meno volontariamente, si decide di lasciarla. Nella testa infatti si susseguiranno immagini di trulli, prati, menta fresca da odorare, suoni pieni ma distorti, che renderanno ardua l’impresa di tornare alla realtà.

Esso è diventato, un’edizione dopo l’altra, passerella di molti artisti italiani ed internazionali, all’apice o agli esordi. Ciò su cui scommette la line up di questa organizzazione è la sperimentazione a più livelli: musicale, identitaria, di pubblico. Il risultato è un miscuglio di prospettive tra chi è sul palco e chi ascolta.

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Le interviste che seguiranno ne sono un po’ la testimonianza: un susseguirsi di progetti nuovi e nuovissimi, che risentono inevitabilmente di tutta la musica europea degli anni Dieci. Questa è la prima parte.

Interviste a cura di Maurizio Anelli

Intervista a Calabi

 Innanzitutto, oltre a fare il cantante, fai un sacco di altre cose…

Diciamo che nella mia vita ho coltivato due carriere parallele: oltre alla musica mi sono dedicato con grande passione alla fisica teorica e ho concluso poco tempo fa un dottorato sulla teoria delle stringhe. Devo dire che quest’ultimo è un percorso che mi ha dato non solo enormi stimoli intellettuali ma soprattutto accesso a una certa sfera astratta, che ho fatto mia anche nella composizione di canzoni.

Quindi c’è un punto di incontro tra la fisica e la musica?

Sì, come accennavo prima il punto di congiunzione tra la fisica e la composizione musicale è la ricerca di qualcosa di astratto, quasi una pulsione verso un’altra dimensione. Per me il processo creativo non può definirsi lucido e scontato, richiede un po’ un’immersione in una dimensione parallela.

Un'altra cosa in comune tra questi due elementi è la ricerca del bello, c’è un’estetica di fondo, che coincide con la ricerca della verità.

Tu scrivi anche libri per bambini…

Sì, alla fine di questo improbabile percorso mi sono ritrovato a fare delle sperimentazioni con i bambini: lavoro per l’editore Pernice e invento dei percorsi didattici nell’ambito scolastico. È un’attività che riunisce il mio profilo scientifico a quello creativo. Anche con i bambini è importante la ricerca dell’estetica perché fa il 50% del lavoro: se presenti il lavoro in modo bello, con immagini, è più facile che apprendano.

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Il progetto Calabi è nato da poco, ma tu suonavi già in un gruppo.

Sì, suonavo con i Plastic Made Sofa e cantavo in inglese.

Come mai poi sei passato all’italiano?

Secondo me è stato un processo di maturazione personale. Io ho ascoltato solo musica anglofona per una vita, poi ad un certo punto ho iniziato piano piano ad aprirmi alla musica italiana. A posteriori posso dire che le canzoni scritte in italiano mi valorizzano molto di più, mi ritrovo meglio nei testi e riesco ad esprimermi in maniera più autentica per quello che sono. È un processo più viscerale e immediato rispetto all’inglese, le parole sgorgano velocemente. Anche al pubblico arrivi in maniera più facile, indubbiamente.

Tu scrivi i testi, ma non produci le canzoni…

Io sono proprio un cantautore, ho una scrittura molto istintuale: vomito i testi. Ci sono dei momenti in cui prendo la chitarra, mi metto a cantare, e in poco tempo la canzone è lì che mi guarda. Faccio anche fatica poi a posteriori a toccarle perché sono delle fotografie di quel momento. È un processo in cui c’è tanto subconscio. A posteriori di questo flusso di coscienza ci ritrovo un sacco di cose che sono venute fuori dal profondo, e davvero significano qualcosa per me anche se magari non stavo pensando a niente di particolare. È come se fossi un mezzo in quel momento.

Poi le canzoni che io ho pensato chitarra e voce, un po’ in costume da bagno, vengono vestite, quando vado in studio, dal mio produttore Federico Laini, che era bassista e seconda voce dei Plastic Made Sofa. Lui ha trovato l’involucro giusto per quello che scrivo: una produzione elettronica molto avvolgente e fresca.

“Bleu” mi ha dato una sensazione di malinconia…

Parla di una mia storia d’amore che è finita. Anche questa l’ho scritta di getto, anzi ho ancora i memo vocali sul telefono. È un testo che mi è talmente vicino che non sono molto lucido nel giudicarlo.

Tutte le tue canzoni sono situazioni che hai vissuto in prima persona?

Quasi sempre, come ti dicevo non sto mai a riflettere molto mentre scrivo, ma tendenzialmente sì.

Cos’hai in programma in futuro?

Uscirà un album in autunno che sarà un po’ il riassunto di questo primo anno di attività, e ci sarà anche un tour. In realtà ho un sacco di materiale pronto anche per i prossimi anni, non vedo l’ora di far sentire tutto.