Giovanni Truppi a Villa Ada: politica e cultura

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Intervista a cura di Maurizio Anelli

Villa Ada mi fa sempre uno strano effetto. L’estate a Roma ha i sintomi dell’assedio: tutto prima o poi cede, dai mezzi di trasporto ai secchioni della spazzatura. Ma il laghetto con gli alberi intorno nei pressi della Salaria no, è uno degli ultimi strenui difensori della freschezza fisica e mentale. In un’appendice di un vecchio sussidiario di geografia, una volta ho letto la parola caravanserraglio, che significa, a dispetto della sua torta pronuncia: “specie di albergo primitivo dove si accolgono le carovane in Oriente”. Mi piace pensare che Villa Ada sia concettualmente qualcosa di simile: un porto franco e multiculturale in mezzo al deserto.

Incontro Giovanni in un bar del parco, chiedendomi se anche con 35 gradi continuasse ad aver freddo quando deve cantare, come dice in 19 Gennaio. Respingo subito l’idea, parliamo un pochino di libri rigorosamente a registratore spento,  e cominciamo l’intervista.

Ho notato che davvero il ritornello di Borghesia potrebbe essere il jingle di un partito politico di oggi, anche se qui inteso come parodia. Come siamo passati dalle buone premesse che offriva la borghesia all’individualismo dilagante di cui parli?

Penso che questo individualismo sia semplicemente uno stadio evolutivo successivo, e quindi dipendente dalla borghesia. Nasce proprio dai meccanismi e dagli atteggiamenti che questa classe sociale aveva quando è nata.

È una concezione molto pasoliniana quella della borghesia come origine dei mali…

Infatti Pasolini è un riferimento abbastanza cruciale per me in questo senso.

Mi hai fatto venire in mente il pezzo I cinesi, in cui canti: “come quelli che quando c’era la peste/si chiudevano in casa a fare le feste”.

Sì, ormai è una cosa risaputa, ma non mi pare influisca più di tanto sul nostro modo di vivere: l’Occidente continua a consumare facendo finta di niente mentre è circondato da un mondo sempre più devastato.

Pensi che oggi, nonostante tutto, abbia senso parlare di militanza intellettuale? E se sì, è possibile farlo ancora con la musica?

Sì, per me ha assolutamente senso. Il punto è che per me ha senso qualsiasi lavoro si faccia, ed è una cosa che è legata indissolubilmente con la nostra esistenza e con il rapporto che abbiamo con l’ambiente circostante.

Nelle mie canzoni diciamo che è presente una politica con la p minuscola: è un atteggiamento, qualcosa che è impossibile non metterci dentro nella vita di tutti i giorni. Per me si può fare politica anche quando parli del tuo amore con una donna, nel modo in cui lo fai.

In I miei primi sei mesi da Rockstar parli un po’ del successo e dei suoi effetti. Ricordiamo che Poesia e Civiltà è il tuo primo disco con una major. Qual è il tuo rapporto con la notorietà? Credi sia possibile venirci a patti, continuando a fare quello che hai sempre fatto?

Ma, guarda, credo che la mia carriera non abbia mai avuto un’accelerazione improvvisa, anzi è composta da piccoli passi che ho costantemente fatto nel tempo. Questo magari dal punto di vista economico mi ha fatto faticare più di altri, ma è avvenuto tutto sempre nella maniera più naturale possibile.

Hai fatto tanta gavetta…

E la sto ancora facendo (ride)…

In Eva prima ed Adamo poi, abbiamo la perdita dell’Eden da due prospettive diverse. Pensi che ci sia una differenza di fondo tra le prospettive dell’uomo e della donna nelle esperienze che vivono, e quindi anche nell’amore?

Sì, e penso sia legata alla cultura che ci forma. Non ho sicuramente idee così precise su tutte le differenze di approccio, ma credo che tutto parta dal fatto che cresciamo diversamente: uomo e donna hanno input e “condizionamenti” molto diversi.     

Villa Ada incontra il mondo è una rassegna basata anche sulla multiculturalità: la scorsa settimana per la Giornata Mondiale del Rifugiato, ha ospitato l’Orchestra dei Braccianti, formata da ragazzi scappati fino a qui da molte parti dell’Africa. In L’unica Oltre l’Amore parli di empatia verso chi perde. Pensi che possederla sia una cosa innata o si può far cambiare idea anche a chi non la pensa così?

Di base trovo che la risposta a questa domanda sia un po’ “misteriosa”, però penso che la strada per renderci tutti più empatici sia una: l’intervento della cultura, e in senso lato, dell’educazione, che di per sé sono delle cose giganti.

 p.s. Il mio interlocutore si è ripetutamente scusato perché la musica che suonava al bar lo ha infastidito, e quindi abbiamo provato a discostarcene un po’. A ragione di ciò non posso che dire:

Stai andando bene, Giovanni.

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