Lamaglietta: Francia, autunno e grand cru (anche se è primavera)

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di Alessandra Virginia Rossi
foto di Silvia Cammertoni

Fare interviste è emozionante, impegnativo e divertente. Se ti portano una torta alla marmellata poi diventa bellissimo.
Tra un morso e l’altro al gusto di amarene, Paolo Pitorri si è raccontato attraverso la sua Francia, il tempo atmosferico avverso, le esperienze con etichette discografiche che diventano famiglia e band che ti fanno crescere. A pochi giorni dall’uscita del primo singolo Violette, ecco a voi la piccola révolution di Lamaglietta.

Partiamo da un tuffo nel passato. 


“Mi ricordo
Vasco Brondi una decina di anni fa al Qube. Pochissima gente, doveva iniziare alle 21.30 e in realtà si sono fatte le undici passate. Era bello che ci fosse questo fenomeno nuovo, tutto italiano e di qualità che però era ancora sconosciuto. Sempre in quel periodo ascoltavo tanto i Verdena e al laghetto dell’Eur suonavano con I Tre Allegri Ragazzi Morti. Il biglietto veniva 1€!”


Dove siamo arrivati oggi? Cantare in italiano ormai non fa più paura a nessuno e la goffaggine che prima si tentava di nascondere dietro l’inglese è perfino una caratteristica apprezzata. Nessuno, o pochissimi, però si sono mai sognati di cantare in francese.


“Ricorrere al francese mi ha aiutato tanto perché riesco a fare meglio distinzione fra ciò che canto e ciò che sento, potrei dire veramente qualsiasi cosa. Mi sono divertito anche a scrivere cose che nel linguaggio corrente non si usano o sono poco usate come ‘on a fait santé’ che non esiste o ‘au final’ che si usa poco rispetto a ‘finalement’. Però suonavano entrambi meglio e allora ho deciso che così sarebbe stato un francese più mio, cioè la lingua così come l’ho imparata.”

In fondo quello che Paolo ha in mente è un album di fotografie, pillole di vita, la sua, in Francia.


“Il mio legame con la Francia è nato completamente per caso. Stavo con una ragazza di Parigi e ho fatto per sei mesi Roma-Parigi. Poi ho deciso di voler vivere in Francia anche io e cercavo il freddo, perciò ho fatto prima un Erasmus a Bordeaux e poi a Lille. A Bordeaux mi aspettavo proprio la neve e invece solo acquazzoni violenti, grigi, da non poter uscire di casa.”


Proprio dai nuvoloni radunati dalle correnti oceaniche, però, voce e chitarra di Paolo sono state ispirate. 


“La prima registrazione l’ho fatta quando una mia amica pittrice mi ha proposto di mandare l’idea a Peppe Levanto con cui abbiamo fatto anche qualche prima data, che poi mi ha incoraggiato a registrare anche le altre canzoni che avevo buttato giù.”


Dal lo-fi della prima registrazione con cui Lamaglietta è stato presentato anche a Largo Venue l’estate scorsa, il progetto si sta evolvendo grazie al supporto di una band composta da Paolo Donato, Peppe Levanto, Davide Fabrizio e Raffaele Lombardo.


“Sono entrato in studio da Peppe con due accordi mentre ora ho a disposizione una band di musicisti entusiasti che vengono dal conservatorio o dal Saint Louis e questo arricchisce tantissimo il suono e soprattutto il confronto. Avendo iniziato del tutto da solo questa è una novità che ho anche dovuto imparare ad accettare perché il progetto è mio e temevo non fosse facile per loro dedicarsi a qualcosa che non parte dalla loro creatività. Invece sono di grande supporto e hanno davvero portato la mia musica altrove


Sebbene la lingua francese sia spesso associata all’elettronica, a un synth pop da sfondo o da soundtrack, quello di Lamaglietta è un sound che viene definito dream da chi lo sta ascoltando in questi giorni dopo l’uscita di Violette.


“Non ti dico le paranoie che ho se questa canzone dovesse arrivare ai francesi…ma tutti mi dicono che l’accento italiano è carino e mi chiedo perché da un certo punto in poi quello che negli anni ’70 era un continuo scambio Italia-Francia si sia interrotto e sembra risulti anche un po’ ridicolo, ad esempio se non hai una pronuncia perfetta. Credo che la risposta stia nel fatto che oggi ci si prende tutti troppo sul serio.”


Lingua raffinata? Parigi città dell’amore? Quante cazzate si dicono sul francese e la Francia? Troppe, per questo ci auguriamo un ritorno col botto e senza distinzione di genere.


“Ormai è una giungla, ci sono tantissimi generi nuovi in ascesa. Io ho scelto di concentrarmi più sulla musica che sui testi, ho fatto davvero musica che mi piace. Peppe e Paolo (Donato, di Oribu n.d.r.) mi hanno guidato verso un suono alla Sigur Rós, abbiamo pensato anche al Pete Doherty di “Grace/Wastelands”. Io con troppa allegria non ce la faccio. Anni fa quando sono usciti i Daughter con quei riverberi, i delay, ho pensato ‘Che bello!’, questo è affine a me. Poi ascolto anche Speranza, trasimm’ ‘int ‘a galera…”


Che poi è italo-francese, provate a dirgli che la sua è una lingua raffinata. 


“I PNL hanno girato il video di Le monde ou rien a Scampìa. Anche Achille Lauro usa molto il francese e per questo lo stimo, tante produzioni trap si rifanno al trap francese. Insomma io vedo un’ondata che sta tornando e qualcuno comincia anche ad esserne consapevole. Guarda se adesso mi rubano il format, eh.”


Dalla stanza di studente Erasmus a Bordeaux, al lavoro con una band vera per la Vina Records, coraggiosa etichetta che sopra ogni altra ha accettato la sfida di un autore francofono, Lamaglietta tira fuori dal suo bagaglio leggero (in fondo la Francia è così vicina) testi brevi e immaginifici, suoni ora malinconici ora più felici, foto in analogico, disegni dal tratto leggero, come il ritratto in copertina firmato @lamuselucide, e un giacchetto di jeans.


“A Bordeaux ho comprato il mio primo giacchetto di jeans semplicemente perché ai francesi stava bene, volevo il loro stile. L’erasmus di per sé ti fa un po’ questo effetto, vuoi entrare in quella cultura, ma quella francese è proprio forte. È un popolo tenace, che protesta. Hanno la rivoluzione dentro. Voglio arrivare agli appassionati di Francia che sono pochi e molto bullizzati! Scherzi a parte, questa è la mia unica strategia, far vivere l’atmosfera francese a chi ascolta perché ci ho vissuto ed è un vissuto che mi piace”

E ci piace, anche se la sottoscritta, molto più comodamente, ha scelto il sole della Provenza.

“Ma guarda, io cercavo il freddo a Lille e Bordeaux ma una volta tornato a Roma… il sole è bello, non c’è niente da fa!







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