L’abbiccì dell’architettura: Postino / Rafael Vinoly Architects

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di Claudia Casali

Giuro che la smetto con questa storia di dimenticarmi troppo spesso del cuore. Come al solito la razionalità ha preso il sopravvento e tutto d’un tratto ho visto svanire la mia improbabile felicità. Non pensavo che un corpo riuscisse a generare in me così tanta confusione, eppure così è stato.

Ho messo quindi i miei pensieri in pausa, cercando la mia ilarità perduta nei fondi dei bicchieri vuoti e forse ho esagerato. Si sa che il buon umore dura giusto qualche ora, il tempo di riprendersi dalla sbronza e tutta la positività svanisce così come è arrivata.
Così il giorno seguente ti ritrovi curva su di un tavolo, con il trucco sbavato, la testa e lo stomaco che chiedono perdono per la sera precedente. Ma non sei sola perché ad attenderti c’è quella tazza di “Latte di soia” pronta a salvarti, pronta ad assorbire la smisurata quantità di alcool ingerito intenzionalmente la sera prima.

Come quando esci il venerdì sera e cerchi disperatamente un senso in fondo a un maledetto drink. Un déjà-vu, una notte insonne, una scelta sbagliata. La malinconia del Postino è generazionale. Tutti hanno avuto degli occhi in cui affogare, un cd in cui nascondersi, un cuore Blu.
La tristezza invade ogni centimetro dell’epidermide e non c’è via di scampo per i nostri cuori spezzati. Neanche i sogni riescono a salvarci perché la nostra è una generazione di illusioni infrante, di incertezze e di menefreghismo. Anna ha vent’anni e come tutti ha problemi esistenziali. Un manifesto generazionale raccontato da uno xilofono che scandisce i disagi e le preoccupazioni dei giovani, un synth che lascia spazio alla speranza e una tastiera che addolcisce una triste realtà.

Che poi ammettiamolo siamo la generazione del paradosso. Fuori dalla disco siamo strafatti, combiniamo guai e vediamo svanire le nostre storie d’amore a causa del latte di soia. Perché i superalcolici vanno bene, ma il latte di mucca rimane pesante e quindi non si beve. Il sarcasmo è accompagnato dalla leggerezza dei sintetizzatori che invece vengono abbandonati in Ambra era nuda, trionfo malinconico di un delicato pianoforte.
Un altro cuore rotto, un altro ricordo in mezzo ad un casino di sentimenti che forse è meglio cancellare. Non basterà l’alcool a disinfettare le ferite soprattutto se queste sono profonde. L’unica cosa che rimane è il ricordo di una storia che è finita e che ci ha fregati per bene.

Neanche le parole in alcuni casi riescono a salvarci. Quando non parli i silenzi valgono più di mille discorsi, le lacrime lasciano uscire fuori da noi tutte la paure e ci allontanano da quei malesseri mentali che ci portiamo dentro. Ma non è facile dire addio ad una propria convinzione psicologica. I disturbi psichici vengono affrontati in Miope con grande maturità, nonostante una musicalità che ricorda le colonne sonore dei vecchi videogiochi. Ma non è il paziente a cui viene associato il disturbo ottico. È il medico che, non riuscendo a vedere gli stessi orizzonti immaginati proprio dall’infermo, viene accusato dal proprio assistito di miopia.

E poi ci sono quelle storie che sembrano essere appese ad un filo, quelle relazioni che sono instabili e sfocate e che devono essere salvate. Bisognerebbe venirsi incontro Come le balene in mare aperto. L’insicurezza di un rapporto, le fragilità di una storia e la volontà di provare a cambiare le cose ad ogni costo. La voce delicata di Samuele è la melodia perfetta per ogni storia d’amore finita, è quell’antidolorifico che deve essere somministrato per far passare la malinconia che regna sovrana nei nostri cuori. Sarebbe bello lasciarla lì in Quella scatola dove riponiamo il dolore della fine di una relazione, i ricordi e i rimpianti.

Di certo non è facile andare avanti senza voltarsi mai indietro, senza ripensare alle storie passate che ci hanno costretto a diventare quello che siamo diventati. Il tempo sarà l’unico antidolorifico e solo con qualche esperienza in più saremo in grado di capire quali siano stati i nostri errori, le nostre scelte sbagliate. Perché non è facile buttarsi a capofitto in una storia e capire subito quali siano i rischi, quali siano gli errori che possono essere commessi. La scelta sbagliata è sempre dietro l’angolo pronta ad accoglierci.

Eppure basta un piccolissimo errore a rovinare un intero rapporto o magari a rovinare un progetto che stavi portando avanti da tempo. Magari una piccola mancanza, una piccola distrazione e tutto il lavoro svolto per mesi interi viene messo a dura prova. Ed è proprio questo quello che è successo allo studio newyorkese di architettura Rafael Vinoly Architects che una volta completato il 20 Fenchurch Street, famoso grattacielo di Londra conosciuto anche con il nome di Walkie Talkie per la sua somiglianza al dispositivo elettronico, si è dovuto imbattere in un problema insolito.

L’edificio con i suoi 37 piani a causa della sua concavità, della sua esposizione a sud e dei vetri a specchio presenti in facciata, riesce a concentrare i raggi del sole e a rifletterli sulla strada sottostante colpendo i passanti con bagliori fastidiosissimi, sciogliendo le auto e riuscendo a raggiungere temperature elevatissime che sfiorano i 72°.

Naturalmente l’errore è stato subito individuato e le scelte sbagliate fatte dagli architetti sono state subito rievocate. Certo sarebbe tutto più facile se anche in amore fosse così semplice la risoluzione dei problemi. Eppure si tratta di sentimenti e non di opere complesse di architettura che devono essere risolte dagli ingegneri e le loro menti matematiche. Ma si sa, le cose irrazionali sono quelle più difficili da gestire, e le scelte sbagliate che facciamo non possono essere risolte con un raffinato calcolo matematico.

 “Se avessi tempo ti regalerei
un’altra stupida scelta sbagliata.” 

Postino – Blu