Emiliano Ponzi: Semplificare è social, sintetizzare è design


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di Alessandra Virginia Rossi
illustrazione: Thomas Borrely

Ferrara, Milano, New York, Los Angeles: c’è un illustratore più cittadino di Emiliano Ponzi? Tra i suoi progetti tanta letteratura, stampa estera e un’idea di design come arte utile a risolvere i problemi. Siete curiosi di sapere com’è la vita di un artista nelle complicatissime metropoli dei nostri tempi? Facciamo un passo indietro. Quando a metà ‘800 le metropoli sono diventate la realtà dove tutto succede, Charles Baudelaire insieme al disegnatore Constantin Guy sosteneva che l’artista dovesse reinventarsi di sana pianta. Oggi, invece, che effetti ha la metropoli su un artista?

Anno 2020. Incontro Emiliano Ponzi per telefono appena dopo l’isolamento causa covid. Lui è a Milano, io sono a Roma e proprio in questo periodo abbiamo dovuto rielaborare la nostra idea di città, di vita in città e di interazione con la città. Che impatto ha avuto tutto questo su un artista?

La città ha, un po’ su tutti, un effetto naturale che è quello cognitivo. Abitare a New York o in un paesino di provincia fa la sua differenza. Questo non vuol dire che se vivi a New York disegni grattacieli e a Bologna solo casolari bassi, ma in qualche modo quello è il tuo imprinting di riferimento. La metropoli ha un impatto forte anche a livello del tempo che puoi dedicare al tuo lavoro. Il lavoro stesso è diverso, la gestione del tempo è diversa, è più impegnativo. Poi c’è un discorso di input. In una città grande ci sono tante cose da fare anche esperienziali: sei stimolatissimo, ma se sei iperbersagliato può diventare improduttivo. Io personalmente alterno fasi in cui sono super aperto ad altre in cui sono più raccolto e non ti nascondo che, al di là dei mesi che passo a New York, ho anche fasi in cui non dico che mi chiudo al mondo, ma mi serve isolarmi un po’. In questo il lockdown, so che fa brutto dirlo, mi ha aiutato. Dal punto di vista del sentire cosa sto facendo è stato molto utile. Non avendo stimoli esterni ho potuto coltivare quello che faccio, capirlo e sentirlo meglio.

Perché il lavoro dell’artista è anche riflessivo ma muoversi nell’ambiente delle arti comporta tutta una seria di cure dell’aspetto sociale, perlopiù stressanti. “Fare contatti” è ancora la prima regola del mondo dell’arte e dello spettacolo? 

Più che un lavoro riflessivo direi elaborativo perché c’è un passaggio obbligato che è quello della digestione. C’è un tempo fisiologico per chi deve creare e sì, bisogna anche dedicare tempo al farsi conoscere, ma io personalmente credo non ci sia mai una formula magica vincente. I primi dieci, dodici anni di carriera li ho fatti senza incontrare un solo cliente, senza frequentare ambienti densi di stimoli e senza la necessità di essere necessariamente nel posto giusto.

Molti artisti scelgono Milano, mentre Roma non ne ospita altrettanti. Smontiamo un altro luogo comune: pensi non sia poi così necessario essere nel posto dove succede tutto?

No, non penso sia necessario. Chiaramente in base al proprio carattere può essere o meno utile per te trovarti in un ambiente piuttosto che in un altro. C’è a chi basta guardare fuori dalla finestra, c’è chi ha bisogno di tranquillità. Su Roma e Milano mi sono fatto sempre molte domande. Ho amici a Roma, ne parliamo, e mi sono fatto l’idea che la capitale in qualche modo sia più provinciale. È molto legata alla romanità, alla storia, ai personaggi che l’hanno popolata. Milano è apolide, mentre a Roma dopo un po’ tutti diventano romani perché l’identità è fortissima. Qua è abbastanza difficile sentirsi milanesi e ognuno resta un po’ quello che è.

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L’ambiente, e chi lo abita, plasma l’architettura.
Parlare di città significa parlare di persone, abitudini, stile di vita


The Great New York Subway Map

The Great New York Subway Map

La città ideale non esiste, ma tra cinema, letteratura e fantascienza ne sono nate tante immaginarie. Ne hai qualcuna a cui sei legato?

Quelle di Trilogia di New York e Le città invisibili sono, in letteratura, le città che più hanno avuto un impatto su di me. La cosa paradossale è che se mi chiedi di città ideali, al limite dell’immaginario, mi viene in mente una città reale! Seul mi ha colpito molto, è totalmente diversa da qualunque altra. Tiene assieme un’anima iperconservatrice e una ipermoderna, ci sono altri ritmi, persino altri modi di relazionarsi. Questo è un po’ tipico di tutto l’Oriente: avere regole molto rigide che a noi fanno quasi ridere. Sono sempre gli aspetti antropologici che compongono una città non è mai solo il lato architettonico, anzi il discorso architettonico e sempre secondario sia all’aspetto sociologico sia a quello naturale. L’ambiente, e chi lo abita, plasma l’architettura, quindi parlare di città significa parlare di persone, abitudini, stile di vita. 

I tuoi progetti spaziano dalla stampa, alla letteratura, alla promozione di eventi e non solo. Nel 2015 il tuo esordio con The Journey of the Penguin ha celebrato gli ottant’anni della Penguin Books, la Feltrinelli ti ha affidato le copertine dei Tascabili di Charles Bukowski e quest’anno hai curato la grafica per il Premio Strega 2020. Parliamo di libri. 

Per quanto riguarda lo Strega ho ricevuto la commissione del manifesto e con la loro complicità ho provato a discostarmi dalla loro iconografia classica. La strega è sempre stata rappresentata nel modo più tradizionale, mentre io ho cercato di allontanarmene e svecchiarla. Mi sono comunque rifatto alla strega di Biancaneve nella versione russa anni ‘20, che non si può dire che non sia qualcosa di classico, però ho provato a renderla più aggressiva e dinamica, inaspettata, svincolandola da un immaginario consueto. 

E quando ti capita di realizzare copertine come procedi?

Ho molti amici scrittori perciò mi è capitato spesso di fare copertine di autori italiani. Molte copertine sono nate con un disegno o un progetto proposto all’autore o all’editore che poi scelgono e comunicano le loro esigenze. Preferisco parlare con l’autore, farmi raccontare il libro. Ai fini del mio lavoro non mi interessa leggerlo prima, anzi lo trovo fuorviante perché ci sono talmente tante informazioni che poi fai fatica a sintetizzare e prenderne un frame. Questo aiuta anche a rappresentare l’intenzione dell’autore più puramente: meno c’è dentro la mia impressione personale, magari data da una mia lettura, più riuscirò a rendere quella dell’autore stesso, cogliere il dna dell’opera. Poi non bisogna dimenticare che la copertina è un atto di seduzione, e per ragioni di marketing deve promettere delle cose che si spera possa mantenere, ma ti deve agganciare nell’immediato per qualcosa che ti intriga senza capirne il perché. Siamo nel campo dell’arte applicata, in fondo.

E poi c’è la stampa, le varie testate in giro per il mondo con cui collabori. Quanto viene lasciata libera dalla stampa l’interpretazione di un artista rispetto a un tema attuale o a un evento?

Dipende sempre da cosa devi fare. Quando lavoro alla copertina del Book Review del New York Times ho meno vincoli perché si parla di libri, perciò a livello simbolico è una cosa che ti lascia libero. Se si va su temi caldi, invece, c’è una maggiore o minore art direction. La carta bianca non c’è praticamente mai, è raro e anche giusto perché stai facendo un lavoro per qualcuno. È diverso dal lavorare a una personale, è – di nuovo – arte applicata, hai sempre un occhio, o meglio, tanti occhi che sono l’audience e il tuo lavoro deve raggiungerla. 

A livello personale ti pesa mai l’essere diretto?

Sicuramente sì, ma fa parte del gioco. Poi faccio altre cose in cui non ho vincoli diretti, non solo artistiche ma anche commerciali. Credo comunque che nelle cose che fai ci sei sempre, a volte in percentuali minori, altre di più. Per esempio la serie che ho concluso un mese fa per il Washington Post sul covid in Italia è stato un progetto totalmente soggettivo, ma quello era il suo scopo. L’art direction è parte del gioco, essere artista tout-court è altra cosa. Nessuno è mai veramente libero, un architetto, uno scrittore hanno sempre un pubblico, un editore, perfino degli ingegneri che ti dicono “quella cosa lì non si può fare”. 


The New York Times

The New York Times

Parlando di linguaggi, l’illustrazione sembra il linguaggio ideale del nostro tempo: sintesi e possibilità di dire tantissimo. Siamo pigri nella lettura, non abbiamo tempo e l’illustrazione, nello spazio di un’immagine, può comunicare concetti molto ampi. Abbiamo trovato il modo di far arrivare i messaggi?

È vero, è una sintesi di un concetto che richiederebbe più parole per essere capito e espresso. Il problema è che, dall’altro lato, anche i social hanno un po’ trasformato l’illustrazione, svilendola, perché diventa un po’ tutto illustrazione. Come è successo alla fotografia anni fa, l’avvento del digitale ha facilitato l’aspetto tecnico per cui ci si è ritrovati tutti fotografi. Quello alla professione non ha fatto bene. Quando c’è una grande democratizzazione in qualsiasi senso c’è un abbassamento del livello medio. Una vignetta tratta da una poesia o una canzone e la cover del New Yorker sono due cose ben diverse e invece per molti sono la stessa cosa.

Quindi c’è secondo te ancora confusione su un aspetto più impegnato e uno più decorativo? Perché sembra ci siano sempre più “voci” di grandi artisti e illustratori ormai molto noti che veicolano messaggi forti e sono ben distinti da chi usa Procreate nel tempo libero.

Di sicuro c’è grande distinzione. Se mi parli di Ryuichi Sakamoto e il ragazzino che riempie gli stadi una distinzione c’è. Sono cose diverse ma il cappello della musica, almeno in una fase, ce l’hanno tutti e due. Il pubblico si confonde e, nel mio caso, tutto diventa arte visiva, grafica e illustrazione. Con l’accessibilità si guadagna qualcosa a livello di divulgazione, ma inevitabilmente si perde altrettanto a livello qualitativo.

Il pubblico si confonde ed è quasi lecito, mentre gli addetti ai lavori riconoscono un artista da un disegnatore amatoriale?

Ecco, in realtà parlo proprio di addetti ai lavori. Chi commissiona non è detto che abbia sempre la lucidità di fare il distinguo, chi commissiona non è detto abbia grande cultura in ambito di immagini. Magari fa un gran lavoro come direttore della sua rivista ma se vede e apprezza un’immagine su Facebook la mette in copertina senza tanto ragionamento. Capita, va bene. Solo, a quel punto, cambiano delle regole e non è più necessario, o lo è meno, avere una coerenza. Forse ora basta esserci per essere visti, mentre prima dovevi avere delle capacità tecniche e comunicative.

Abilità che devi avere se finisci ad occuparti di moda, pubblicità e commercio. In Mad Men, ambientato negli USA in cui coesistevano la rincorsa al sogno americano e la ribellione al consumismo, Don Draper viene talvolta disprezzato per essere un pubblicitario e usare l’arte a scopi consumistici. Chi lo ha visto sa come finisce Mad Men e Andy Warhol ha portato su tela i prodotti alimentari più consumati d’America. Tu ti poni problemi etici nei tuoi progetti?

La mia prima agente di Los Angeles mi diceva di alcuni designer che non lavoravano per campagne della Marlboro. Adesso al punto di vista etico, a meno di non fare la pubblicità della Colt e della Beretta, non fa caso nessuno. Con i grandi brand il problema etico non c’è più. A meno che qualcuno non abbia qualcosa di preciso contro un prodotto.


Le Monde

Le Monde

E in quest’epoca di cancel culture, non temi di fare la mossa sbagliata realizzando una cosa tua o pubblicizzando qualcosa di potenzialmente offensivo? 

No, io me lo pongo molto poco, ma il mondo della comunicazione, soprattutto in America, ha dei livelli di retorica pazzeschi. C’è parecchia censura su cose vere ma che non puoi assolutamente dire. È un caso delicato, ma anche sul movimento Black Lives Matters c’è tanto da dire. Un movimento splendido e importante, ma trovo ridicolo e molto retorico il bombardamento di immagini e la ricondivisione di massa. Che effetti ha? Non cambia niente nella catena decisionale. Sul momento ha una grossa diffusione, ma resta retorica. Trovo retorico anche il contesto “stop global warming”. Spuntano contest di grafica, illustrazione e fotografia, tutto un gran parlare allarmato di un argomento, ma poi la cosa si sgonfia, non si eleggono politici che hanno un programma green, non si fa veramente attenzione al fatto che i neri sono già americani, e sono una fetta di popolazione discriminata all’interno di un sistema di cui sono già parte attiva e integrante.

Da cosa pensi siano scaturite retorica e superficialità?

Di sicuro dal fatto che finché una cosa non la vivi personalmente non la consideri minimamente. La retorica è molto americana. Lo sono i grandi discorsi, il criticare sempre molto bene. Ci sono paradossi democratici giganteschi in America. Da Costituzione siamo tutti uguali, ma poi c’è chi non può studiare. L’America è famosa per queste contraddizioni e Trump l’ha resa ancora più cattiva. Per noi è difficile immaginarcela così, perché siamo cresciuti con l’idea dell’America degli eroi di guerra, dei supereroi e degli happy ending. C’è tanta di questa retorica nel mio lavoro, ci sono tante richieste che si allineano con l’idea di edulcorare tutto e di metterlo in luce positiva. Non va bene, non è la realtà.

Interessante riflettere sul fatto che se una fotografia sembra fissare in maniera più cruda e inevitabile la realtà, il disegno permette di addomesticare certa crudezza e rielaborare da zero qualsiasi tema. Edulcorare e addolcire è qualcosa che viene prettamente richiesto nell’ambito dell’illustrazione poiché sembra prestarvisi particolarmente? 

Tendenzialmente il committente, dopo averti dato un tema che tu sviluppi, cerca di uscirne con la cosa che contiene meno, che sia più facile. L’illustrazione nasce per arrivare dove la foto non arriva. Puoi fare ciò che vuoi ed è per lo stesso motivo che, potendo fare ciò che vuoi, puoi virare il messaggio da una parte piuttosto che da un’altra. Detta in questo modo sembra rivelare un lato pericoloso, ma ogni tipo di comunicazione può essere manipolata. Il disegno si presta particolarmente dato che forme e colori possono essere addolcenti concettualmente proprio in partenza.

Eppure credi molto nel veicolare messaggi importanti. Descrivendo La grande mappa della metropolitana di New York hai scritto che speravi fosse un’opera in grado di spiegare come il design sia arte che risolve i problemi. 

Molti grandi designer moderni ne hanno parlato e la mappa di Massimo Vignelli ha decisamente risolto un problema pratico nella vita degli utenti della metropolitana di New York. L’arte è inutile, se pensiamo a Wilde, ma tutta l’arte applicata è utile. Il 90% di ciò che fa andare avanti il mondo è arte applicata: architettura, design, grafica, anche la musica. Si tratta di mettere assieme contenuto e contenitore, dare forma a un’idea, per raggiungere e farti capire dalle 10 alle 100.000, fino a milioni di persone. Da lì nasce la sintesi che è diversa dalla banalizzazione e qui torniamo a quel discorso di prima della confusione che c’è riguardo l’illustrazione. Molte sono semplificazioni, non sono sintesi. La realtà è un luogo molto complesso, lo puoi sintetizzare o lo puoi semplificare. Sintetizzare è un atto di filtraggio che fai con la tua intelligenza. Raccogli ciò che ricordi, lo rielabori con le tue capacità. A me piace parlare di arte applicata anche in questo senso. Ci si deve applicare con la testa, soprattutto con la testa!